domenica 14 ottobre 2007

L'integrazione inter-culturale nella prospettiva psicosociale

In termini psicosociali si danno almeno 4 tipi di relazione interumana.

1. La prima è quella che viene definita di "indipendenza", che equivale a estraneità e indifferenza. I soggetti non hanno legami atti a influenzare i loro comportamenti. Questo tipo corrisponde ad una non-relazione, cioè all'assenza di qualsiasi legame, e richiede una condizione di distanza emotiva, se non anche fisica.

2. La seconda è qulla che possiamo definire di "estraneità", e consiste in una relazione di prossimità, priva di influenze reciproche. I soggetti sono vicini fisicamente e magari anche emotivamente (come gli spettatori di un film), ma il loro comportamento non viene alterato da questa prossimità.

3. La terza è quella che definiamo di dominio/sottomissione. I soggetti costituiscono un legame nel quale uno domina e l'altro è dominato. L'influenza può anche essere reciproca, ma contiene una visibile diseguaglianza di valore e di potere. Quella del dominatore è un'influenza esplicita, imposta e ineludibile; quella del dominato è un'influenza sotterranea, implicita, informale.

4. Il quarto tipo di relazione è quella che viene definita di "interdipendenza", e consiste nello scambio di influenzamenti , dovuti alla compresenza in uno stesso "campo psichico" che spinge entrambi a modificarsi. Questa relazione si fonda sulla prossimità e sull'affettività, e si traduce in uno scambio bi-direzionale.

Come si declinano questi tipi di relazione se li applichiamo al problema dell'integrazione fra culture ?

1. A casa mia fai quello che dico io / a casa tua faccio quello che vuoi tu (autonomia)
Questo tipo di relazione inter-culturale è stato in voga per secoli, quando le relazioni commerciali , politiche e culturali erano occasionali. Marco Polo ha cercato di adattarsi alla cultura cinese, come gli scienziati arabi si adattavano alle regole delle corti normanne. Tale tipo di relazione partiva dall'assunto che ogni cultura era autonoma e il viaggiatore, il commerciante, l'immigrato erano "ospiti". Questa concezione ha sviluppato una serie di convenzioni secolari sull'ospitalità, il diritto di asilo, i salvacondotti, ecc.
Tutto ciò non ha più spazio nell'epoca moderna con la nascita degli Stati nazionali, lo sviluppo del commercio e infine la globalizzazione dei mercati, dei capitali e della forza-lavoro. I legami inter-culturali sono ormai ineludibili.

2. A casa mia fai quello che dico io / a casa tua faccio quello che voglio io (impero / colonizzazione/ assimilazione)
Il primo tipo di relazione interculturale storicamente realizzato è stato quello della colonizzazione. Dall'impero romano a quello britannico, le relazioni inter-culturali sono consistite in una serie di conquiste di alcuni popoli da parte di altri. Questo non ha impedito forme di reciproco influenzamento. La Roma imperiale è stata invasa dalle religioni asiatiche prima e dal cristianesimo poi. Le campagne d'Egitto di Napoleone hanno dato il via ad uno stile artistico egizio-europeo. Lo schiavismo dei neri ha dato agli Usa la migliore musica. Questa tipologia di relazione inter-culturale si fonda su una forte disparità di potere fra cultura colonizzatrice e cultura colonizzata, e funziona solo fin quando una può controllare l'altra. L'idea di fondo è che la cultura più forte sia per questo legittimata al dominio e quella più debole sia naturalmente costretta alla sottomissione. La forza è stata per secoli basata solo sul numero di spade e cannoni, ma oggi è definita anche in base alla disponibilità finanziaria.

3. Viviamo vicini, ma rigorosamente separati, ognuno con le sue regole (ghetto / apartheid)
Questo tipo di relazione, simile a quella sopra definita di "estraneità", è sempre esistita come formula transitoria da applicare quando una cultura subalterna non era abbastanza debole da essere dominata, nè abbastanza forte da emanciparsi. I ghetti per gli ebrei, il segregazionismo americano, l'apartheid sudafricana e le chinatowns odierne esprimono questo tipo di relazione. In certi casi la relazione si sviluppa con l'invasione del dominante: il che è sempre accaduto verso gli ebrei, e spiega l'antisemitismo come frutto di un senso di colpa. Nella maggioranza dei casi l'estraneità è stata seguita da diverse forme di relazione integrativa.

4. Dobbiamo convivere.....e dunque ci cambieremo a vicenda (integrazione)
La globalizzazione è una sorta di frullatore planetario, per il quale stati nazionali, culture, capitali e religioni subiscono una continua spinta all'integrazione. Tutti influenzano tutti. Il "campo" psichico e relazionale di ogni cultura è sempre di più l'intero pianeta. La terra è sempre esistita, ma mai come oggi i suoi abitanti la percepiscono come un insieme. Milioni di soggetti investono i loro soldi in altri Paesi. Milioni di persone lavorano in uno stato diverso da quello in cui sono nati. Miliardi di persone viaggiano ovunque. Le culture, anche grazie alla globalizzazione, diventano sempre più "equipotenti", e sempre più legate l'una all'altra da esperienze di scambio. L'autonomia, la colonizzazione e le segregazione sono tipi di relazione inter-culturale sulla via del tramonto. Sono miliardi le persone che mangiano la pizza, il kebab e gli involtini primavera, tifano per il calcio e cantano col karaoke, vedono Batman al cinema e praticano yoga o karate, indossano Adidas e sentono musica caraibica, navigano sul web e indossano tuniche.

I problemi sono di ordine psicologico. Continuiamo a pensare che non cambreremo o che sarà l'altro a dover cambiare. Gli europei continuano ad illudersi che, malgrado il 10% della popolazione musulmana, i loro stati, le loro legislazioni, le loro usanze non cambieranno. Gli immigrati extra-comunitari continuano a sperare che, malgrado lavorino, si sposino, consumino qui potranno continuare a costringere le loro donne a velarsi. Entrambe le culture vivono nel passato e lo difendono anche con la violenza. La situazione potrà cambiare solo quando tutte le culture accetteranno di influenzarsi a vicenda, senza ripetere le patetiche espressioni del tipo "a casa nostra devono fare come vogliamo noi", oppure "vivo qui, ma la mia cultura non si tocca". La globalizzazione ha molti meriti e altrettanti difetti, il primo dei quali è la riduzione della socio-diversità.

Eva Zenit

Le scienze sociali scritte sulla sabbia

In "La struttura delle rivoluzioni scientifiche" (1962), la sua opera più celebre e conosciuta, Kuhn sostiene che la scienza invece di progredire gradualmente verso la verità è soggetta a rivoluzioni periodiche che egli chiama slittamenti di paradigma. Il criterio con cui un paradigma risulta vincitore sugli altri consiste nella sua forza persuasiva e nel grado di consenso all'interno della comunità scientifica.

Però non sarà necessariamente il paradigma più "vero" o il più efficiente ad imporsi, ma quello in grado di catturare l'interesse di un numero sufficiente di scienziati, e di guadagnarsi la fiducia della comunità scientifica. La scelta del paradigma avviene, come detto, per basi socio-psicologiche oppure biologiche (giovani scienziati sostituiscono quelli anziani).

Detto in parole più attuali, il progresso della scienza non dipende necessariamente dalla sua verità intrinseca, ma dalle dinamiche sociali, e quindi dal potere. Il che è particolarmente vero per le scienze sociali , che mancano della forza data dalle applicazioni tecnologiche e del mercato.

Ciò che è successo al giro di boa del XXI secolo è imbarazzante. Una grande onda sembra essersi abbattuta sulle scienze sociali scritte sulla sabbia della battigia, cancellandole. Il secolo XX è stato il secolo dello sviluppo torrenziale delle scienze sociali: psicologia, psicoanalisi, pedagogia, epistemologia, sociologia hanno registrato uno sviluppo enorme ed acquisito il centro del dibattito culturale. Molte teorizzazioni hanno assunto la leadership nel loro campo e molti pensatori hanno funzionato da faro per intere generazioni di operatori. Basta ricordare nomi come Freud, Laing, Reich, Rogers, Lewin, Kuhn, Feyerabend, Pagés, Morin o, nel panorama italian,o Fornari, Spaltro, Alberoni, Dolci, Milani, Montessori, per citarne solo alcuni.

Ebbene, oggi tutti questi autori sembrano spariti e l'intero loro pensiero dimenticato. Le pratiche sociali ispirate a questi giganti sono quasi annullate. Psicoanalisi, ricerca-intervento, dinamiche di gruppo, etnometodologia, analisi istituzionale, pedagogia attiva sono pratiche confinate in circoli ristrettissimi, mentre migliaia di operatori "sociali" lavorano sul campo senza testimoniare di alcuna eredità del passato. Il fenomeno non si è verificato in seguito a rigorose confutazioni, che hanno falsificato queste teorie. Semplicemente, su di esse è caduto l'oblìo. Nuove generazioni si sono affacciate senza che la tradizione scientifica, culturale e professionale venisse loro trasmessa. Nessuno ha dimostrato che don Milani avesse torto sull'educazione, come nessuno ha confutato l'esistenza dell'inconscio. Nessuno ha potuto demolire le suggestioni di Laing sulla famiglia o di Feyerabend sulla scienza. Nessuno ha trovato sostituti convincenti a pratiche come la ricerca-intervento o le dinamiche di gruppo. Non risultano teorie opposte alle numerose concezioni anti-istituzionali (Freire, Illich, Jacques, Oury, Basaglia). E' bastato che la cultura (o incultura) dominante si dimenticasse del XX secolo, e questo è gradualmente sparito.

Il fatto più eclatante, insieme all'oblìo, è che nessuna delle vecchie teorizzazioni è stata sostituita da un'altra. Qual è oggi la teoria che presiede al lavoro scolastico? Qual è la teoria che ha sostituito la ricerca-intervento ? Quali concezioni presiedono al lavoro con la famiglia e con le organizzazioni? Alle teorie ed alle discipline sociali del XX secolo sembra essersi sostituito un misto di buon senso e di pensiero magico. La cosiddetta scomparsa delle ideologie e delle discipline sociali è stata compensata da un'ideologia vagamente reazionaria e da una sostanziale in-disciplina intellettuale.

Guido Contessa